Utopie d’Amore

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Il volto riflesso nel vetro del tram era una sbiadita immagine di chi era, e soprattutto di chi avrebbe voluto essere e non era colpa della pioggia che deformava forme e colori.

Lo sguardo andava oltre e pensava a come, una volta arrivata in ufficio, avrebbe giustificato il livido sulla guancia destra.

Semplice, con l’inganno, come le altre volte.

“Sono sbadata, non mi ero accorta della porta del frigo aperta, mi sono girata e sbam, che botta!”

Lo avrebbe detto sorridendo, come tutte le altre volte che suo marito tornava a casa e le lasciava i segni del suo odio e della sua misera vita. 

Le ferite emotive, “non vali niente”. Eppure, chi portava i soldi con il suo lavoro da impiegata, era lei. Lui solo bar e alcol. Un giorno, come un’onda anomala, lei le fece notare tutto questo, e le parole taglienti si trasformarono in spintoni, schiaffi e pugni. Poi arrivarono le scuse con i colleghi, con i vicini, con i medici del pronto soccorso.

La sua anima era appassita come un fiore, senza acqua e sole.

Ma come puoi spiegare il senso di confusione e smarrimento, dopo le botte ricevute?  Come far capire ad altri il senso di sopraffazione, di vergogna, d’inutilità che si prova quando qualcuno che dovrebbe avere cura di te invece ti odia? Come dare voce al silenzio?

Semplice, è impossibile.

“Mi ama. Non sa solo come manifestarlo”. Come quella volta che mi ha chiuso in casa per una settimana perché il vestito secondo lui era troppo corto, arrivava al ginocchio e mi disse “sembri una sgualdrina”. 

“Però mi ama” e lo avrebbe ripetuto a sé stessa ogni volta che sorrideva ai colleghi ma avrebbe voluto piangere. Avrebbe continuato a fabbricare il suo mondo di illusioni, fatto di un perfetto amore inesistente e di perfette apparenze, almeno finché qualcuno non avrebbe dato voce al suo silenzio.

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