
Non conosco il suo nome.
Non conosco quale sia il suo lavoro.
Non conosco la sua vita.
Sembra un uomo come tanti se non si guarda oltre. Lo incontro alla fermata del bus. Per la precisione lo incontravo, alla fermata del bus. La mattina presto, sette e quindici, sette e venti, quando scendevo dal bus insieme ad altre persone.Persone che ad un sguardo distratto sembrano sempre tutte uguali, quasi invisibili. Forse è la fretta di questo mondo che ci costringe ad andare sempre di corsa, o la miopia delle persone, o la distrazione che permette che accada qualcosa che, se ci fermassimo a riflettere, ha dell’incredibile… sfioriamo persone o cose senza accorgerci della loro esistenza e delle loro storie.
Ma se rallentassimo un pò di più il passo, indossassimo qualche volta gli occhiali dell’empatia o semplicemente ci dimostrassimo un pò più attenti, allora vedremmo i volti delle persone. Volti che raccontano storie. Noteremmo i loro occhi. Occhi che racchiudono emozioni. Spesso si sente dire che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Specchio perché riflette ciò che siamo nel profondo. Riflette in maniera immediata le nostre emozioni, le nostre paure, le nostre sfumature emotive più intime. Dall’occhio e dal suo sguardo si ha un accesso diretto a una dimensione molto intima.
Gli occhi di quell’uomo che incontravo tutte le mattine alla fermata del bus mi hanno sempre colpito, quell’uomo di cui non conosco praticamente nulla, tranne lo sguardo da cui traspariva una storia. Mi chiedo, si può raccontare la storia di un uomo in poche righe? Ovviamente la risposta è no. È impossibile. Al massimo puoi raccontare una frazione della sua vita. Congelare un istante, frantumare un attimo e darle il tuo significato, ma sarà sempre e comunque ciò che vedi in superficie.
E di lui cosa vedevo?
Arrivava con passo stanco, pantaloni un pò troppo larghi, scuri. Giaccone scuro, blu, come i suoi occhi in quelle mattine fredde. Un filo di barba non fatta. La barba di chi la lascia crescere perché non ha la voglia o forse non ha più la forza di farla. La barba di chi è stanco della vita e di chi non si cura molto di ciò che pensano gli altri. Sguardo un po’ perso nel vuoto, velato di malinconia e di tristezza. Il motivo lo capii solo dopo qualche tempo. Lui si avvicinava e si metteva spesso vicino a me che ho l’abitudine di rimanere in piedi appoggiato ad una transenna, mentre leggo e rimango chiuso tra le pagine di un libro, accompagnato dalla musica quasi a dare il ritmo alla lettura e alle volte anche ai miei pensieri. Puntualmente quando in lontananza vedeva un bus arrivare, lui, l’uomo dalla barba incolta, dai pantaloni un po’ troppo larghi, dal giubbotto scuro e dagli occhi velati di cui non conoscevo il nome, irrompeva nel mio mondo, rompendo l’armonia dei miei pensieri chiedendomi: “E’ il 68 quello che sta arrivando?”.
Allora io staccavo le cuffie, lo guardavo meglio e gli dicevo: “Sì è il 68”, con il tono di chi si stupisce per una cosa ovvia.
Lui mi ringraziava. Saliva sul bus con me, aria imbronciata, triste, come i suoi occhi.
Riuscì ad incuriosirmi e solo dopo qualche tempo osservai meglio come si comportava.
Guardava fuori in cerca di qualcosa, forse di un riferimento che gli dicesse a quale fermata scendere. Era la n. 2084 , identificata dall’azienda di trasporti della città con il nome di “Novara”. Ogni volta che lo incontravo accadeva sempre la stessa cosa. “È il 68 il bus che arriva?” e io che rispondevo: “Sì è il 68”.
Una mattina, esattamente come le altre, accadde qualcosa di diverso. Io ormai quando lo vedevo sorridevo.
Quella mattina si avvicinò e mi disse: “Non so leggere bene, per questo le chiedo il numero del bus”.
Non dissi nulla, tra lo stupito il basito. Forse si accorse di questo mio stato d’animo e così continuò.
“Da quando mia moglie è morta vado a trovarla tutte le mattine, al cimitero. È come fare colazione tutti i giorni insieme”, mi disse con gli occhi velati di lacrime. “Se ne è andata con un tumore, in poche settimane. Stavamo insieme da quarant’anni anni. Mi manca così tanto”.
Rimasi di sasso. Non mi sarei mai aspettato una tale confidenza. “Quarant’anni insieme”, pensai. Nel mondo del tutto e subito e dell’usa e getta, quarant’anni sono davvero tanti. La fermata n.2084 “Novara” è quella che ti porta il più vicino al cimitero generale di Torino, se arrivi dal centro. Un uomo come tanti, forse insignificante per molti, non sapeva nemmeno leggere, nascondeva dentro di sé un dolore e un amore di una forza fuori dal comune.
Mi sono venute in mente le parole del libro del Cantico dei Cantici: “Perché l’amore è forte come la morte”.
Ho potuto solo immaginare il suo dolore. Ho visto in una frazione di secondo la sua vita. Istanti, flashback di una vita non mia. Le piccole e le grandi gioie, controbilanciate in parti quasi uguali con i dolori e le difficoltà condivise insieme alla persona che ami. Ho immaginato la sua casa, con i muri silenziosi, vuoti di suoni, colmi di memoria dove un tempo palpitava la vita. Il silenzio dove c’erano le risate. Il grigio dove sfavillavano i colori.Perché quando metti la candela dei ricordi sotto il foglio di memorie, vivi notti solitarie che lasciano il segno nell’anima, nelle parte più profonda e intima di noi. Il dolore non guarda la tua posizione sociale, il tuo conto banca, il successo che puoi aver raggiunto. Lui si infila, si incunea, nella parte più nascosta del cuore. C’è chi lo esterna, chi invece gli dedica un altare sul quale piangere silenziosamente, un luogo segreto dove nessuno può avere accesso. Solo tu e il tuo dolore. Non lo puoi condividere, non lo vuoi condividere.
Gli occhi sono lo specchio dell’anima, così si sente dire. In quel momento, i suoi, stavano riflettendo ciò che aveva dentro.
Anche i miei ad uno sguardo più attento avrebbero mostrato ciò che stavo provando. Ma in quel momento non c’era nessuno che li leggesse. E ne fui grato, perché i sentimenti sono preziosi e vanno condivisi con quelle persone che li possono apprezzare, che riescono a dar loro valore. Quel giorno la mia mente ripensò diverse volte a quell’uomo con il passo stanco, i vestiti leggermente abbondanti, la barba incolta e lo sguardo triste. Alla fine della giornata provai un senso di gratitudine perché lui, senza saperlo, mi aveva mostrato un po’ di sé. Lo incontrai ancora poche volte. Io appoggiato alla transenna, con il libro in mano e la musica nelle orecchie, ma questa volta con lo sguardo lo aspettavo.
Continuo a non conoscere il suo nome e il resto della sua vita, ma ho visto e in parte provato per un istante il suo dolore.
Tutto il resto è un segreto.
Il segreto sono gli uomini e gli uomini non si svelano mai del tutto.

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