La vecchietta esplosiva

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La corrente corre veloce lungo i cavi entrando in ogni casa e illuminando i filamenti della lampadine a incandescenza inondando le stanze di una luce fioca. 

Fuori la notte è fredda e buia, una notte senza luna e senza stelle coperte da nuvole nere. 

È una notte di novembre. La notte del 20 novembre 1942.

Improvvisamente si sente il suono che raggela il sangue di chi aveva cenato da poco. Sono quasi le 20. La sirena antiaerea grida nel buio con quanto fiato ha in gola. 

Lo aveva fatto solo due giorni prima e lo farà ancora molte volte dopo quella notte, fino al 5 aprile del 1945. 

Chi si trova in casa deve fare solo una cosa, correre, con quanto fiato ha in gola e scappare. Sotto, in cantina, nel ricovero o nel rifugio antiaereo più vicino, come quello situato al Parco Leopardi vicino al ponte Isabella. Lo stesso lo deve fare chi si trova per strada. Correre, scappare, trovare riparo.

La sirena strilla contro il buio. Gli occhi di chi si trova sotto il livello della strada si chiudono.

Nel cielo 166 coppie di ali scure fendono l’aria fredda e si fanno strada tra le nuvole. Sono i 166 bombardieri della RAF partiti dalle coste inglesi qualche ora prima. In lontananza, di fronte a loro, le luci della città. 

La Torino fascista è il loro obiettivo. Le sue fabbriche, come la FIAT. Pochi minuti e il cielo è frustato dai fasci dei proiettori della contraerea.

Le piccole strisce di alluminio incollate su della carta volteggiano nell’aria. Servono per creare un forte disturbo per ingannare i radar che controllano avidamente il cielo. 

Sono il preludio di quanto sta per accadere. 

La notte buia e fredda si accende come se fosse giorno. I traccianti dei cannoni della contraerea disegnano inquietanti linee nel cielo nero. Il fumo si alza dalle postazioni della contraerea. Gli uomini si danno da fare per cambiare i nastri di cartucce più velocemente che riescono. Baciano la foto dei loro cari, mogli, figli e fidanzate, sperando che abbiano trovato riparo nel sottosuolo. Alcuni si fanno il segno della croce, altri piangono mentre le labbra tremanti invocano il padre nostro.

In alto, nel cielo, il suono dei motori degli aerei si fonde con i fischi dei proiettili. I piloti li vedono sfiorare le carlinghe dei loro aerei, qualcuno fora le ali, altri lo stabilizzatore posteriore o il timone di coda. Molti piloti guardano la foto dei loro cari, le baciano e sperano di riabbracciarli, altri lasciano la cloche dell’aereo solo il tempo di fare il segno della croce, prima di sganciare il carico che l’aereo conserva in pancia o sulle ali. Centinaia di bombe si lasciano cadere nel vuoto per fare quello per cui sono state progettate: distruggere, demolire, uccidere. 

Il motore di 163 aerei continuerà a ruggire fino al ritorno a casa. Tre non faranno più ritorno abbattuti dai traccianti che disegnavano morte e speranza. 

A terra interi quartieri sono letteralmente “arati”. 117 persone, 117 vite, con i loro sogni, progetti, sorrisi, emozioni, non vedranno più l’alba. La zona di Via Nizza, quella a fianco di Porta Nuova, la stazione principale di Torino, il 21 novembre avrà un aspetto diverso. 

Tutto si spegne quella notte, in quella notte accesa dalle fiamme, tranne la follia dell’uomo. 

Cesare Pavese scrisse: “Le case sventrate fumavano. I crocicchi erano ingombri. In alto, tra i muri divelti, tappezzerie e lavandini pendevano al sole. Non sempre era facile distinguere tra le nuove le rovine vecchie. Si osservava l’effetto d’insieme e si pensava che una bomba non cade mai dov’è caduta la prima.”.

Ma quella notte, una di quelle bombe decise di non fare ciò per cui era stata progettata, decise di essere diversa dalle altre, di ribellarsi al suo destino scritto, un destino di morte e dolore. Decise di non esplodere e di nascondersi sotto qualche metro di terreno. Lo ha fatto per 77 anni, fino a quando i denti di metallo di uno scavatore non l’ha riportata alla luce. 

Ha dormito profondamente, mentre sopra di lei centinaia di migliaia di persone le sono passate sopra con le loro scarpe, centinaia di tram hanno fatto spola dal deposito Nizza alla città. Le ruote di biciclette, auto, bus e camion hanno rotolato inconsapevoli del pericolo nascosto. Lo hanno fatto ogni giorno, ogni mese, per settantasette anni. Lei, la bomba gentile, ha continuato a sonnecchiare anche quando le è passato vicino il tunnel della metropolitana scavato pochi metri nel terreno sotto di lei.

Ma per quanto fosse gentile, lei la bomba con l’accento british, fa sempre e comunque paura. Perchè dentro di lei c’era l’animo di chi voleva portare morte e distruzione. Le altre sue sorelle esplose la notte di 77 anni fa, come lei, avevano una terribile caratteristica, erano bombe a frammentazione. A differenza di una normale bomba l’involucro ha una parete di maggior spessore e la quantità di esplosivo utilizzato per far detonare l’ordigno è inferiore. L’obiettivo è quello di generare il maggior numero di schegge possibile. Di ferire il maggiore numero di persone possibile, di provocare il maggior numero di danni possibili. 

Dentro di lei c’è una buona parte della malvagità cieca dell’uomo, ecco perchè la vecchietta esplosiva, nonostante i suoi 77 anni, fa sempre così paura. 

E così oggi, primo giorno del mese di dicembre dell’anno 2019, un gruppo di uomini, gli stessi che in caso di guerra farebbero esattamente come gli uomini di 77 anni fa, hanno deciso di renderla innocua.

Dopo aver fermato la normale routine di una domenica pomeriggio piovosa, evacuato migliaia di persone, aver transennato strade, sgombrato palazzi, bloccato treni, aerei e traffico, lentamente hanno aperto la bomba, rimosso la seconda spoletta di innesco e poi spostato delicatamente il tutto su un camion che la porterà a fare ciò per cui era stata progettata: esplodere. Ma senza uccidere nessuno.

Mi ha fatto pensare molto questa cosa della bomba, Mi ha fatto pensare a quanto sia stupida la guerra, in ogni sua forma. Mi ha fatto pensare al passato, il triste passato della seconda guerra mondiale che oggi qualcuno cerca di negare o di rendere mitico o affascinante. Mi ha fatto pensare alle bombe della Bosnia, dell’Iraq, della Siria. Alle bombe intelligenti. Che non sono diverse dalle bombe di 77 anni fa. Portano sempre dentro l’animo malvagio e spietato di chi le progetta e di chi le usa, coprendo il tutto da  concetti come “amore per la patria”, “giustizia”, “portare pace e democrazia”. Quando in realtà sono solo strumenti di persone avide di potere e ricchezza. 

Perchè il passato alla fine torna sempre a ripresentarsi. Si ripresenterà fintanto che, come la bomba di 77 anni fa, qualcuno decida dentro di sè, di smettere di fare la guerra e di perseguire la pace. 

La pace che dentro di sé ha l’assenza della paura.

“Egli sarà giudice fra le nazioni e metterà le cose a posto per molti popoli. Trasformeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falcetti  per potare. Le nazioni non alzeranno la spada l’una contro l’altra, né impareranno più la guerra”.

Isaia 2:4

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