Kind of Blue

Era il 1959. Nella città di Torino entrava in servizio uno dei primi tram della serie 2800 che avrebbe trasportato ogni giorno migliaia di persone, con le loro identità, i loro sogni e i loro desideri.

A migliaia di chilometri di distanza, in quello stesso anno, negli studi della Columbia Records sulla 30ª strada a New York, Miles Davis, John Coltrane e altri 4, incidono, partendo da semplici bozzetti melodici su cui poi improvvisare, un capolavoro di perfezione jazzistica: “Kind of Blue”.

Se fosse stato su un tram che sferragliava nella città di New Orleans nessuno ci avrebbe fatto caso. Invece se ne stava appoggiato sul mancorrente delle porte centrali di un vecchio tram arancione in servizio attivo sulla linea tranviaria di Torino, in circolazione dal 1959.

Aveva in testa una coppola estiva di colore grigio chiaro, occhiali da vista rotondi che gli davano un’aria da intellettuale che contrastava con la polo azzurra, pantaloni da lavoro color khaki e pesanti scarpe antinfortunistiche macchiate di cemento e calce.

Poi c’era quello che davvero lo distingueva da tutto e tutti. Il segno caratteristico che evidenziava la sua estraneità da ciò che lo circondava, che enfatizzava ancora di più il contrasto del suo abbigliamento: Il colore della sua pelle e le sue mani. Mani che avevano dita che armonicamente si muovevano su e giù, soffermandosi un pò di più in una posizione per poi passare ad un’altra ancora.

Glenn, questo il suo nome, è un afroamericano, nato a New Orleans in Louisiana nel 1970 e trasferitosi a Torino nel 1996. L’amore è in grado di farti fare cose incredibili. E lui aveva lasciato il suo lavoro, la sua casa, le sue passioni per trasferirsi nella città dove viveva Carola, colei che sarebbe diventata l’anno successivo sua moglie. Colei che gli avrebbe donato le più grandi gioie della sua vita e il più grande dolore che avesse mai provato.

Carola aveva una caratteristica che lui amava. Quando rideva, era impossibile non ridere con lei. Coinvolgeva, avvolgeva, riempiva mente e cuore. Poi, improvvisamente, tutto era cambiato. Carola si era spenta. Non rideva più. Il suo stato d’animo era diventato un buco nero che inghiottiva ogni momento bello, ogni sorriso. Glenn si era licenziato per stare ogni giorno con lei. Per aiutarla, per combattere quella lotta che lui sapeva di poter vincere. Ma Carola aveva pensieri diversi. 

Un giorno Glenn tornò a casa. Non trovò Carola, ma solo un biglietto che conteneva poche parole:

“Non ti amo più. Me ne vado. Voglio ricominciare un’altra vita, ma senza di te”.

Glenn non capiva, era la malattia che la motivava? O era stato lui a fallire nel loro rapporto? Cosa era successo tra loro?

La mente umana è così complessa. Non è solo un mucchio di cellule meravigliosamente assemblate. C’è molto di più. In quel momento la mente di Glenn era in preda alla confusione più totale. Non riusciva ad armonizzare pensieri e sentimenti che vorticavano nella sua testa e nel suo cuore. Atterrito cercava le risposte.

La mente di Carola invece era lucida. Glenn non sapeva che Carola lo aveva fatto per lui. 

Lei lo stava letteralmente distruggendo, Carola se ne rendeva conto. Glenn non sorrideva più come una volta, non aveva più suonato il sax, che dopo di lei, era la sua vita. Il senso di colpa era così intenso per Carola che sentiva una pesante coperta sul cuore, un suono fastidioso nella testa, costante, fisso. Carola se ne era andata per non vederlo più così.

Aveva organizzato tutto con metodica efficienza, come solo una donna determinata sa fare. Il momento in cui andarsene, e dove sarebbe andata… da una sua cara amica che viveva poco lontano da Torino. 

Lo sapeva, lui avrebbe sofferto. E anche lei avrebbe sofferto, tantissimo. Ma ormai aveva deciso, avrebbe fatto così.

Glenn aveva iniziato la sua lenta risalita. Dopo il periodo nero, in cui aveva fatto di tutto per convincere Carola a tornare, senza ottenere nulla, decise di reagire. 

Aveva una convinzione profonda, a dispetto dei gesti e delle parole di Carola, lui sapeva che la amava e che Carola amava lui.

Tutti i suoi amici volevano convincerlo del contrario. All’inizio li contrastava spiegando a parole quello che sentiva nel cuore, ma alle volte è difficile dare forma e sostanza alle emozioni. Poi cominciò ad assecondarli e dar loro ragione. Ma era tutta una farsa, dentro di lui, la sostanza del suo pensiero non cambiava. L’amava e l’avrebbe amata ancora.

Per prima cosa cercò un lavoro e lo trovò in un importante istituto di credito della città. Ma non era un lavoro che faceva per lui, seduto in un ufficio, computer, mail, telefoni, riunioni inutili. Aveva bisogno di qualcosa che lo stancasse fisicamente in modo da arrivare a casa la sera e non combattere troppo con se stesso. 

Lo trovò in una piccola impresa di calabresi, muratori da sempre, che lo accolsero come uno di loro. Imparava il mestiere e lavorava duramente. Riprese anche a suonare. Aveva iniziato a 12 anni, quando suo papà che suonava la tromba, gli aveva fatto conoscere i grandi della musica Jazz. 

Aveva conosciuto il Jazz, cosa rappresentava per quelli come lui, per chi aveva la pelle nera, per chi decenni prima aveva servito uomini che si sentivano superiori solo per il colore della pelle. Era nato così il jazz, tra gli schiavi afroamericani, per dare ritmo al lavoro nelle piantagioni di cotone o nella costruzione di strade o ponti. Forse era nato per dare sfogo alla rabbia, alle sofferenze che quelle ingiuste circostanze creavano nell’animo di ognuno di quelle persone, si quegli uomini e di quelle donne. Aveva fatto sua una frase del suo concittadino Louis Armstrong, che alla domanda:

“Cos’è il Jazz?” rispondeva: “Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai”.

Adesso capiva la profondità di quelle parole. Aveva ricominciato a suonare e aveva iniziato a farlo anche per altri. Spesso si esibiva al Jazz Club di Torino insieme ad altri suoi amici. Quando accadeva si trasformava. La stanchezza della dura giornata lavorativa spariva e riusciva a convogliare tutta la sua frustrazione, tutta la sua angoscia, nelle note che fuoriuscivano dallo strumento e riusciva a farlo magnificamente.

Dentro quelle note c’era il suono della sofferenza della sua anima. Dentro quelle note c’era il jazz. Era il Jazz.

Suonava ogni pezzo, tranne quelli contenuti in un album, Kind of Blue. Troppi ricordi, troppa sofferenza. Aveva conosciuto Carola proprio in un locale jazz di New Orleans, lui suonava, lei ascoltava estasiata. Si era accorto di lei quando aveva iniziato a suonare Blue in Green. Rideva insieme alla sua amica, quel sorriso accompagnato dal gesto leggero di mettere la mano sulle labbra quasi a nascondersi, quasi a proteggere gli altri, era entrato nella chimica della sua mente e mai se ne sarebbe andato.

Quel pomeriggio appoggiato al mancorrente del tram stava suonando. Le dita stavano suonando nel vuoto Blue in Green, era in preda alla malinconia e alla tristezza. Era stanco e aveva voglia di arrivare a casa, farsi una doccia e poi cambiarsi e andare al Jazz Club per suonare. Prima avrebbe mangiato qualcosa e poi sarebbe salito sul piccolo palco. Le luci sugli occhi e il sudore che gli avrebbe imperlato prima la fronte e poi il viso. Si sarebbe estraniato da tutto e avrebbe viaggiato tra i campi di cotone della Louisiana e tra le strade polverose di farina di New York e di Chicago, lo avrebbe fatto con le note, con i suoni, con il Jazz.

Così accadde quella sera. Suonavano da quasi un’ora, avevano già fatto una pausa quando qualcosa accadde tra i tavoli. Una donna, sola, con un bicchiere di vino in mano si andò a sedere alla destra del palco. Si sedette e ascoltò il pezzo che il sestetto stava suonando, Every time we say goodbye.

Glenn alla fine del pezzo alzò la testa fece un sorriso al trombettista e si asciugò la fronte spostando leggermente la coppola che aveva sulla testa. Quasi impercettibilmente un cono di luce investì il tavolo della nuova arrivata e lui la vide. I loro sguardi si incrociarono. Il tempo si fermò, nella mente della donna e dell’uomo passarono velocemente alcune immagini. Lei che piangeva davanti ad uno specchio. Una penna nella mano. Un biglietto lasciato sul tavolo della cucina. La porta che si chiude lentamente alle sue spalle. Nella mente dell’uomo l’immagine del suo viso allo specchio, stanco ed invecchiato. Una porta che si apre. Un biglietto sul tavolo della cucina. Il vuoto. Poi in entrambi un immagine identica ma scattata da prospettive diverse nelle mente di entrambi molti anni prima. Lui che vede una ragazza dal sorriso meraviglioso e lei un ragazzo con un sax in mano e lo sguardo illuminato dalla sua presenza.

Il tempo riprese a scorrere normalmente. Glenn si avvicinò al gruppo, confabulò due parole a tutti e poi si rimise al suo posto. Ci fu un attimo di incertezza, di sorpresa tra il sestetto, sguardi indagatori, stupiti. Erano amici e si conoscevano da molto tempo. Il pianista sospirò e cominciò a premere con dolcezza i tasti del pianoforte. Il cono di luce illuminava ancora parzialmente il viso della donna che ascoltando le prime note si aprì in un piccolo sorriso dove stavano terminando le lacrime che scendevano lentamente dai suoi occhi.

Blue in Green stava avvolgendo il tempo e lo spazio, fondendolo in un momento unico fatto di gioie, speranze e dolore, che avrebbe fissato una fine e dato un nuovo inizio e confermando una profonda consapevolezza, che nessuna parola, nessun suono avrebbe mai potuto trasmettere.

Quell’uomo e quella donna si sarebbero amati, per sempre.

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